Il Teorema di incompletezza di  Gödel (1931)

In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter  assiomatizzare  la teoria elementare dei numeri naturali- vale a dire, sufficientemente potente da definire la struttura dei numeri naturali dotati delle operazioni di somma e prodotto – è possibile costruire una preposizione  sintatticamente corretta  che non può essere né dimostrata né confutata all’interno dello stesso sistema ( 1° Teorema di Gödel).

L’ APPROCCIO DI GÖDEL
I teoremi sull’incompletezza possono essere enunciati in vari modi ma, per semplificarli in questa sede, diremo che essi si riferiscono soprattutto a sistemi matematici sufficientemente forti, nei quali le operazioni di somma e moltiplicazione siano sufficientemente ben descritte quali operatori matematici. 
In parole estremamente povere, Gödel dimostra che se esiste un sistema come l’universo, esso sarà descrivibile dagli abitanti di questo Universo attraverso leggi matematiche. Esse però potranno essere al pari, o tutte vere o tutte false ma è impossibile determinare quale di queste due possibilità sia quella vera. In un secondo corollario si dice che tutte le leggi potrebbero essere vere tranne una ma nessuno saprebbe mai quale sia quella sbagliata.
Dunque i teoremi di incompletezza di Gödel descrivono con precisione il fatto che il nostro Universo è indecidibile. Per risolvere questo aspetto della cosa si potrebbe utilizzare un altro Universo che ci dicesse da lì, come siamo fatti noi ma a sua volta questo secondo Universo sarebbe indecidibile e quindi non ci potremmo fidare delle osservazioni che partono da lì. Ci vorrebbe una serie infinita di Universi che si auto-decidessero, il che è come dire che tutte le leggi della fisica potrebbero essere vere se fossero infinite e tutte note.

Anche il grande matematico Hilbert si era chiesto, quali sono i limiti del nostro osservabile e conoscibile, ma si era limitato a sostenere che la completezza si poteva raggiungere all’interno di un sistema fisico-geometrico, senza mettere il naso fuori da quell’Universo. In questo contesto, Gödel traduce nei suoi teoremi l’impossibilità per l’uomo di descrivere matematicamente se stesso e tutto ciò che lo circonda, poiché si ammette che l’uomo, nel descriversi, può commettere un errore, non sa nemmeno di commetterlo e non conosce nemmeno l’entità di questo errore. La vita di Gödel terminerà con il suo suicido. Infatti egli per paura di essere avvelenato da cibi contaminati, non mangerà più, morendo di fame.          Il modo come Gödel decide di morire è la chiave di lettura della sua stessa opera. In termini psicoanalitici, ognuno di noi è alla ricerca di qualcosa e nonostante sembri che tutti cerchino cose differenti, in realtà tutti cerchiamo la stessa cosa cioè le nostre origini, il CHI SIAMO. Nell’effettuare inconsapevolmente questa ricerca per tutta la vita, noi, che siamo gli inconsapevoli creatori della nostra stessa esistenza, ci creiamo a specchio una realtà esterna che ci dovrebbe aiutare a capire ciò che di noi, creatori inconsapevoli dell’Universo, non abbiamo ancora compreso. Così Gödel cerca se stesso quale creatore dell’Universo nei suoi teoremi. La realtà esterna che Gödel si crea, cerca di far capire a Gödel stesso, che l’unico modo per sapere chi siamo è vedere nell’ALTRO, se stessi, capire che l’altro Universo sei ancora tu, comprendere quello che Hofstaldter non comprende. Gödel non comprende, rifiuta la contaminazione “Universo dell’esterno” che gli direbbe chi lui è e muore incontaminato dal proprio sé rifiutato.

La fine di Gödel ci dice cosa c’è di errato nell’idea di Hofstaldter: egli infatti sostiene che non si può, guardando l’ALTRO, capire niente di noi perché l’ALTRO siamo sempre NOI, invece quello che noi vediamo all’esterno non rappresenta il NOI completo ma l’ALTRA PARTE DI NOI, quella che noi, dentro noi stessi, non abbiamo capito ed abbiamo bisogno di vedere estroiettata all’esterno, sperando che con questo trucco, noi si comprenda ciò che non abbiamo capito: quello che di noi abbiamo capito, invece, non ha necessità di essere visto esternamente. Dunque l’ALTRO A SPECCHIO è la rappresentazione di ciò che NOI, di noi stessi, non abbiamo compreso.

Nella Teoria Evideonica dell’Universo (www.corradomalangaexperience.com) che confronta il Mito della Creazione con le più moderne teorie della fisica quantistica, si descrive l’Universo come un ologramma piatto sul piano spazio temporale, estruso sull’asse dell’energia. Questo Universo olografico sarebbe anche frattalico e non locale. Ciò significa che il tempo non esiste, se non in un unico istante del valore del tempo di Planck (10-44 sec). In questo unico istante, l’unico evento che esiste è l’attimo in cui la Coscienza si divide in due Coscienze, l’una quale immagine speculare dell’altra. In quell’unico attimo, che è anche questo, si ha la primaria consapevolezza, da parte delle due parti di Coscienza speculari, che esiste la divisione, che essa va capita per potersi riunificare. Essa va compresa in tutte le sue forme per poi poter dire, IO SONO IL CONTRARIO.

Nell’istante unico in cui si comprende che la dualità nasce come esperienza virtuale di una Coscienza unita, che ha, dopo essersi divisa casualmente, l’opportunità di studiarsi auto-osservando la parte di sé che Lei, da dentro di sé, non può vedere. In questo contesto, Gödel viene sconfitto. Infatti la Coscienza primordiale, che vive al di fuori di spazio e tempo, essendo una costante immutabile, non ha inizialmente consapevolezza di sé. La consapevolezza si acquisisce con l’esperienza della separazione, che vede due Universi, auto-osservatori l’uno dell’altro, auto-osservarsi. Essi si possono così auto-decidere poiché il primo, osservando il secondo, potrà dire: “Io sono il tuo contrario”. In un Universo virtualmente duale, non ha senso sapere esattamente chi sei, basta sapere che sei il contrario della cosa che stai guardando poiché qualsiasi sia la tua natura, sai che l’altro è sempre il tuo contrario.

Abbiamo così dimostrato attraverso il meccanismo del loop che esso è auto-decidibile quando i due punti che lo compongono si auto-osservano, essendo uno l’opposto dell’altro, a livello di simmetria CPT, come direbbero i fisici, cioè nello spazio, nel tempo e nella energia. Ma qui nasce una seconda osservazione.

Se le cose stanno così, ecco che una delle manifestazioni della dualità è il libero arbitrio; si comprende così come tutti nostri problemi siano legati alla comprensione del significato di separazione che, con la sua comparsa, crea la paura del Sé inconoscibile e l’istinto di colpa per essere la causa della propria separazione. Tutto ciò molto brevemente ha una sola conclusione. NOI SIAMO IL CREATORE. Ma Gödel non vuole capire e si suicida. Egli aveva costruito un teorema che, secondo lui, conteneva i presupposti della incompletezza ed avrebbe dovuto dimostrare che Dio esiste.

La dimostrazione di ciò viene riportata nella copertina di un libro, ma al di là del linguaggio matematico, possiamo con le parole dello stesso Gödel capire di cosa stiamo parlando.

Il vero problema del sapere se l’uomo può conoscere se stesso, assume toni religiosistici.

 

Se la risposta alla domanda: “Dio esiste?” è affermativa, l’uomo non può conoscere se stesso. Se Dio non esiste, la conclusione è che egli stesso è il Creatore, ma se la risposta fosse negativa, allora e solo allora, esisterebbe un Creatore esterno all’uomo ed al suo universo. Ed ecco che si sviluppa la bagarre scientifica e religiosa con la creazione di due schieramenti opposti, di cui vediamo di seguito le tracce da alcuni articoli di giornale.

 

Questo articolo non dice però che Dio non esiste, ma sostiene che esso non è esterno al nostro Universo ed il concetto di “esterno” è strettamente legato al concetto di sistema entropicamente isolato. Se infatti l’Universo fosse isolato, esso non potrebbe scambiare né calore, né massa, né energia con un ipotetico esterno. Dunque qualcuno potrebbe pensare che, siccome esiste un esterno ed un interno, essi siano separati da una barriera che non lascia passare nulla. Ciò avrebbe un senso se la barriera separasse due cose, come per esempio accade nei sistemi chiusi e non isolati. I sistemi chiusi possono infatti scambiare energia tra loro ma non materia. Ma l’unico sistema isolato esistente è un sistema che non ha barriere perché la presenza di una barriera stabilisce automaticamente per definizione che, fuori dalla barriera, esiste qualche altra cosa. Ma fuori non può esistere niente perché esiste solo il niente. Come dicevano, gli antichi filosofi greci:
“L’Essere è uno solo perché se gli Esseri fossero due, tra i due Esseri, ci sarebbe il Non Essere ma, siccome il Non Essere non è, l’Essere è uno solo”.

Da un punto di vista prettamente fisico, se esistesse una barriera in grado di dividere due Universi regolati da leggi differenti, la barriera stessa sarebbe un punto di discontinuità dove varrebbero contemporaneamente le nostre leggi e altre leggi dell’altro Universo. Ciò sembra improbabile sia per la nostra che per tutte le matematiche esistenti. Ciò indica chiaramente che, se esiste solo un Universo, esso è un sistema isolato, dove non esiste nessun esterno e il nostro Universo riempie il Tutto, se così si può dire, in una delle tante accezioni possibili; ma anche dobbiamo sottolineare come, all’interno di esso, esistano due Semi-Universi, l’uno come immagine speculare dell’altro, tra loro auto-decidibili, dove passa solo energia a strettissimo contatto locale in ogni punto di essi. La rappresentazione dell’Universo evideonico risulta in perfetto accordo con questa ipotesi. Dunque esisterebbe una entropia ed una anti entropia (sintropia), esisterebbe un fotone ed un anti-fotone, come unici oggetti dell’universo, creati da un Nulla che, come un mare di particelle virtuali, direbbe la fisica moderna, sforna in continuazione luce ed anti-lucepassato e futuro, massa ed anti-massa, spazio ed anti-spazio, in modo tale da creare un Universo sostanzialmente non locale, virtuale e frattalico.

Ma allora il Dio dei credenti che fine fa?

Dunque ancora una volta ribadiamo:
Se l’Universo è un sistema isolato, noi siamo i Creatori di esso, se esiste un dentro ed un fuori, esiste la possibilità che qualcuno ci abbia relegato qui dentro. Il fatto che Kaku scopra che l’Universo è virtualmente come un videogioco non è correlabile in nessun modo con la presenza di una barriera, anzi è una ulteriore conferma del carattere frattalico ed olografico del tutto. Infatti ora c’è chi se la piglia con il bosone di Higgs perché sostiene che esso non possa
esistere. Si potrebbe immaginare che la diatriba sia tra scienziati di diverse vedute ma non è così.
La vera diatriba è tra cattolici ed atei. I primi sostengono che non può esistere la particella di Dio perché Dio esiste. E se noi siamo in grado di conoscere Dio attraverso la particella sarebbe come dire che possiamo manipolarlo: per cui si cerca di dimostrare che questa scoperta in realtà non esista. Il fisico Massimo Corbucci su Bosone di Higgs , oltre a sostenere le sue teorie sulla natura fisica dell’universo, dichiara che il bosone di Higgs non è quella cosa scoperta ma semplicemente il prodotto o l’interazione tra due particelle dette T e V che rappresenterebbero teologicamente Gesù e la Madonna, in accordo, si fa intendere, con lo stesso Higgs!
Al di la di queste sconcertanti dichiarazioni che sostengono che gli oggetti hanno massa solo perché c’è una interazione tra Cristo e la Madonna, il Movimento d’amore San Juan Diego che sponsorizza la battaglia contro la particella di Dio, mette in campo una vasta bibliografia scientifica dove si conclude, questa volta con discorsi di tipo fisico, che il bosone incriminato fa veramente fatica ad esistere.
Pochi sanno che questo bosone è stato chiamato particella di Dio perché un professore di fisica americano che stava, anni fa, caldeggiando la costruzione di un super acceleratore di particelle in USA, poi mai costruito, aveva scritto un libro dal titolo “The particle Goddamned ” cioè letteralmente “la particella dannata”. All’editore piacque poco il titolo e
tolse la parola damned. Dunque non va confusa la diatriba sull’esistenza o meno di Dio, ma semmai sulla esistenza o meno di una barriera termodinamica. La barriera termodinamica non esiste e con pace di tutti nemmeno l’idea che esista un dio esterno al nostro Universo.

Da un punto di vista di termodinamica, con l’avvento dell’idea che esista anche una entropia negativa e che esistano gli antifotoni, si fa strada il concetto tecnico, in un Universo non locale, che la causa di un evento prodotto nel presente sia l’effetto di due azioni, una provocata nel passato ed una nel futuro che produrrebbero l’unico evento esistente: il presente. (Evideon 3 e letteratura ivi citata, C. Malanga, https://alienabductionsblog.files.wordpress.com/2014/03/evideon3-comprensione-eguarigione_it.pdf).

Lavori di filosofia della scienza si pongono il problema se sia nata prima l’entropia o prima Dio e sostengono che se fosse nata prima l’entropia essa distruggerebbe Dio poiché l’Universo inesorabilmente si raffredda e muore, ma se fosse nato prima Dio esso avrebbe comunque creato qualcosa che lo avrebbe distrutto o avrebbe distrutto la sua creazione e dunque tutto questo porterebbe a concludere che Dio non esiste o meglio, che Dio sia l’entropia stessa. Ma l’entropia altro non è che la Coscienza che si misura attraverso il DS definibile come una misura della Coscienza stessa, cioè la Consapevolezza del Sé. Dunque riassumendo, mentre Hofstaldter dice che l’Altro sono Io e quindi dallo specchio non imparo nulla, Gödel dice che l’Altro potrebbe essermi utile se ci fosse ancora un terzo individuo che dicesse al secondo chi è e così via all’infinito.

La COSCIENZA invece ha fatto le cose più semplicemente, quando si è divisa in due parti speculari, ha creato un sistema auto-decidibile dove l’ALTRO non è semplicemente il mio specchio ma è QUELLO CHE IO NON SO DI ESSERE, dunque UN’ALTRA PARTE DI ME, non una mia “immagine” con il mio stesso contenuto di informazioni (simmetria CP) ma qualcosa di più completo (simmetria CPT). (continua…)


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