La capacità del filosofo dell’800 Karl Marx è stata quella di sviluppare un modello di pensiero che fornisse una chiave di lettura omnicomprensiva del sistema economico vigente. Una visione d’insieme in grado di trascendere l’aspetto del  contingente e di inserirlo in un quadro più vasto, che ha le sue radici nei punti sostanziali della rivoluzione industriale della seconda metà del’700 e in quella francese del 1789.

Questo modello è figlio della scuola positivista e del pensiero razionalista, ed ha il suo fondamento negli aspetti logico-dialettici degli eventi storici. In questa concezione filosofico-materialista, l’economia viene messa al centro della storia, e quest’ultima viene vista come un movimento progressivo di modelli di produzione e di classi in lotta tra loro.

Questa successione storica viene ilustrata da Marx nei suoi molteplici scritti, ma soprattutto ne “Il Manifesto del Partito Comunista”, scritto insieme a Friedrich Engels. Qui si descrive la storia come storia di lotte di classi che – a partire dalla società antica ed escludendo la “iniziale” comunità primitiva – si contendono il dominio dell’economia. Questa costituisce, appunto, la struttura della società, dalla quale si diramano i vari aspetti sovrastrutturali, come ideologia e politica, e via via tutti gli altri (cultura, arti, ecc). Nel “Manifesto” viene sintetizzato anche lo sviluppo della successione dei modelli di produzione a partire dalla comunità tribale, animata dal comunismo primitivo e basata sulla prima forma di divisione del lavoro (uomo/donna) oltre che dalla nascita della proprietà privata. Da questo inizio si sono sviluppate via via altre forme, come il modo di produzione asiatico, antico, schiavista, feudale e poi, ritornando all’inizio del nostro discorso, il sistema capitalista.

Sul funzionamento di quest’ultimo sistema, Marx scrive il trattato “Il Capitale” dove analizza a fondo l‘economia capitalista. Questa si basa sul principio del plusvalore e, cioè, quel surplus di denaro che nella ripartizione tra capitale e lavoro va al capitalista. Dal sistema a capitalismo produttivo si genera da sé quel tipo economia oggi dominante: il capitalismo finanziario. Quest’ultimo passaggio segna il fatto che i grandi monopoli economici non producono più principalmente “beni” e “servizi”, ma il denaro stesso. Il capitalismo, nella concezione marxiana della storia, sembra essere l’ultimo stadio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della iniqua distribuzione degli averi. Il punto d’arrivo della “profezia” di Marx è il comunismo, al quale ci si arriva attraverso un percorso di cui la tappa fondamentale è la messa sotto il controllo da parte del proletariato – la classe subalterna alla borghesia – dei mezzi di produzione: questa fase è detta socialismo.

Il significato della concezione marxiana, sta nel fatto stesso che essa fornisce una chiave di lettura universale per comprendere il sistema economico nel quale viviamo, le sue contraddizioni e le sue perversioni. Su questa base Karl Marx, e tutta la sua scuola di pensiero, produce una delle più importanti concezioni del futuro che è il comunismo. Al di là delle questioni legate alla realizzazione e alla praticabilità di tale idea, la sua profezia resta, almeno nei suoi principi generali, comunque interessante. Essa rappresenta, infatti, un possibile sviluppo armonico dell’umanità. Celebre è il motto “a ciascuno secondo i propri bisogni”, che avrebbe dovuto concretizzare la fase precedente rispetto al “a ciascuno secondo il proprio lavoro”. Due concetti che manifestano la necessità, oltre che l’intuizione, di costruire una società armonica ed equilibrata, senza sfruttatori e sfruttati, senza ricchi e poveri. In questo è racchiusa la finalità stessa della sua proposta intellettuale. R.S.


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