«D’inverno ci sedevamo attorno al braciere» mi raccontava mia nonna da bambino «Avevamo un braciere di quelli grandi, simile a una ruota, una ruota fatta in legno. Là, in mezzo, c’era una bacinella piena di cenere e con dei carboni. La mamma mia faceva il fuoco. Noi ci mettevamo tutti intorno a questo misero fuoco. Ci bruciavamo pure le gambe si può dire, andavamo con le gambe bruciate. E nostra madre ci raccontava le fiabe, i racconti.»
Dopo diversi anni ho deciso di trascrivere quei racconti, quelle fiabe che trasportavano il seme della rigenerazione nonché della guarigione umana. Per me è stata un’emozione grandissima ascoltare fiabe apparentemente senza significato che, invece, narravano vicende archetipiche rintracciabili nelle mitologie di tutto il mondo. Fiabe che descrivevano il viaggio dell’eroe alla ricerca di se stesso nelle profondità della psiche umana. È qui infatti che troviamo eventi che fanno riferimento alla genesi dell’universo e alla sua evoluzione attraverso le varie creazioni secondarie. Come può una fiaba contenere in sé tutta questa conoscenza? E come può gente apparentemente senza cultura esprimere attraverso la narrazione un’alchimia così sottile? C’è una sola spiegazione possibile. Portiamo nel nostro inconscio le istruzioni di come abbiamo creato l’universo poiché noi siamo Dio e siamo stati noi i creatori di quest’universo virtuale che ci costruiamo strada facendo. E le fiabe traghettano questa conoscenza che, inconsciamente, tutti ci portiamo dentro e che si esprime attraverso il simbolo e il mito, fotografia dell’eterno presente.

Il misero ambiente famigliare dove viveva nostra nonna, il freddo ambiente esterno nel cuore dell’inverno, in una misera stanza piena di provviste invernali, non faceva altro che ingigantire lo spazio interiore, aprendo una magica porta sul mondo dell’immaginazione. E si partiva nel regno onirico alla ricerca di quel principe o di quella fata che mai sarebbe arrivata nella realtà. Ancora era troppo presto per comprendere che tutto era già dentro ognuno di noi. Il duro gioco della vita celava il suo mistero a quei pochi riuniti attorno al fuoco che mai avrebbero potuto immaginare d’ascoltare la loro storia personale in un racconto che sembrava troppo fantastico per poter essere scambiato per vero.

Il grande traghetto della fiaba salpava e mentre si filava la lana, si tesseva anche l’intrigato intreccio dei personaggi fiabeschi che rappresentano, attraverso il loro ruolo nel racconto, dei contenuti psichici. Essi, infatti, vengono presentati assolutamente privi di emozioni e con tutte le caratteristiche tipiche di quelle parti simboliche che rappresentano.

L’arte del tessere in una donna era fondamentale. Attraverso il filo lei seguiva i propri pensieri e si richiudeva in una profonda riflessione.

Nel nostro caso le donne, completamente abbandonate alla loro attività della tessitura, davano spazio ai loro contenuti psichici che si materializzavano nei personaggi della fiaba i quali, attraverso il loro agire, rappresentano i percorsi interiori che ogni individuo deve attraversare non solo nell’arco di una vita, ma anche nell’intero ciclo di più esistenze. Il viaggio alchemico alla ricerca della pietra filosofale, per trasformare il misero piombo nel pregiato oro. Per far diventare Uomo un pezzo di legno attraverso l’Occhio della Conoscenza al di là del velo. E i contenuti psichici che la donna riversava nella narrazione erano attinti dal fantastico mondo degli archetipi dove ogni cosa è conosciuta per come è. Ecco perché i personaggi delle fiabe sono tutti uguali. Sono la sacra famiglia custodita nel sacro involucro di pelle e ossa, frazionata e divisa dagli dèi, necessaria condizione per poter imperare e nello stesso tempo far acquisire consapevolezza alla Coscienza. Separazione necessaria alla comprensione della finitezza del tempo e della morte.

Ma quelle donne sedute accanto al focolare sono prese ancora dai pensieri mondani. La Mente governa ancora sulla quotidianità. È necessario che Anima riaffiori per poter entrare nel magico mondo delle fiabe. Occorre qualcosa di forte per causare la rottura di piano. La madre, o la nonna, inizia il racconto con il C’era una volta.
Questa formula assicura in maniera veloce la rottura tra la realtà quotidiana e quella onirica e non fa altro che trasportare chi ascolta su un altro piano dove non c’è più lo spazio e il tempo. Siamo entrati nel sacro! Siamo partiti, forse proprio come gli sciamani delle regioni artiche che, chiamati dal malato a guarire la loro malattia, vanno alla ricerca della loro Anima, smarrita per colpa di eventi avversi. E la fiaba ci fa viaggiare lontano, non solo alla ricerca della nostra Anima nelle regioni più recondite di noi stessi, ma anche e soprattutto alla ricerca della piena integrazione di tutte le tre parti che compongono la Triade umana, verso l’androginia primordiale, primaria condizione prima che gli dèi dividessero la Coscienza unitaria in tre pezzi e in tre coscienze completamente autonome. La fiaba diventa in questo senso terapia poiché traghetta significati archetipici al di là di ogni costruzione settaria, individuale.

Dove ci vuole portare nostra nonna con quel C’era una volta.
Ce lo dice subito: C’era una volta un re e una regina. Siamo in un palazzo reale. Siamo al centro del mondo. Al centro del nostro corpo. Il palazzo simboleggia il corpo. Chi vi abita, invece, le varie parti della triade. Ma chi è un re. Un re è colui che incarna tutte le proiezioni dei contenuti psichici del popolo. Il popolo proietta in lui il suo desiderio di prosperità. J.G.Frazer ci dice che dal re dipende il benessere dell’intero popolo. Quindi è evidente che egli esprime un centro e, nel linguaggio simbolico, tale centro ha a che fare con la Coscienza, quel centro che è contemporaneamente in tutte le parti non esistendo, nel Reale, nessuno spazio, nessun tempo e nessuna energia. La fiaba ci sta portando subito dentro noi stessi, ci sta indicando che la vicenda che seguirà avrà a che fare con qualcosa che sta prettamente dentro di noi, con i personaggi che non sono altro che le nostre parti psichiche frazionate dalla discesa al livello più basso dell’universo virtuale, separate dagli dèi e che ora tentano disperatamente di ricongiungersi in un’unica Coscienza Integrata. Il re rappresenta anche lo Spirito, la parte maschile di noi, lo Yang, l’azione attiva nel mondo, la razionalità, i contenuti psichici consci. Dall’altra parte abbiamo la regina che simboleggia Anima, la parte femminile, lo Ying, l’inconscio.
Quindi siamo al centro di noi stessi, al centro della vita, nel cuore della vita, in una specie di giardino paradisiaco a stretto contatto con gli elementi primordiali. Felici e in armonia con tutto il resto della creazione. Infatti la fiaba Il re Portogallo continua così:

C’era una volta un re e una regina. Avevano tre figli e vivevano una vita felice. Questi tre figli erano ideali, volevano un bene pazzo ai loro genitori; erano tranquilli, sereni, a loro non mancava niente. Stavano in grazia di dio. Un giorno… avevano un giardino meraviglioso. Però al centro di questo giardino c’era un albero. Era un albero grandissimo, di arance. Queste arance erano d’oro.

Abbiamo qui l’immagine perfetta del centro psicologico attraverso il simbolo dell’albero della vita, centro del mondo, manifestazione dell’universo virtuale che contiene in sé la Coscienza, simboleggiata dalle arance d’oro, metallo legato al sole e al principio della vita. Tuttavia nel nostro corpo, come nell’universo in cui viviamo, qualcosa non va per il verso giusto. Qualcosa blocca l’energia. L’ordine delle cose viene turbato da qualcuno che non vuole fare l’esperienza della morte e tenta di prendersi le cose, anziché diventare le cose.

Ogni notte, però, qualcuno rubava le arance e non sapevano chi fosse a rubarle.
Da quest’albero della vita, che rappresenta l’evoluzione della creazione primaria nella successiva serie delle creazioni secondarie, delle sefirot cabalistiche, qualcuno furbescamente tenta di rubare il principio divino, simboleggiato dalle arance d’oro, innescando un caos a livello evolutivo e distruggendo il momentaneo ordine che si era creato. All’interno del nostro corpo qualcosa non va per il verso giusto. L’esperienza che ci eravamo prefissati di fare è dura da sopportare. Non ne abbiamo più il ricordo. Ci sembra tutto insensato. Il nostro primario progetto di vita è caduto nell’oblio ma gli eventi scorrono imperterriti nella direzione necessaria e il gioco ha inizio. Un gioco verso la piena consapevolezza che ancora non abbiamo poiché dobbiamo ancora affrontare mille prove. Eravamo partiti con i cinque personaggi iniziali: re, regina e tre figli. Il cinque, il numero della perfezione e dell’armonia ci aveva indicato l’unità primordiale. Tuttavia quest’unità è solo illusoria, poiché quattro personaggi su cinque sono di sesso maschile. Con il passare del tempo, nel reame, tre figli maschi sono un po’ troppi e, soprattutto se non sposati, rischiano di bloccare la discendenza reale.

Ma la questione è ancora più intricata e per spiegarla ho bisogno di rifarmi alle idee dell’astrologia umanistica sviluppate dall’astrologo Dane Rudhyar. Egli individua nel movimento ciclico del globo terrestre intorno al suo asse lo stesso movimento psichico d’individuazione, ossia lo sviluppo ciclico della personalità individuale dell’uomo mentre nel movimento orbitale della Terra attorno al Sole lo sviluppo delle relazioni umane. Il processo esperienziale di acquisizione di consapevolezza necessita simultaneamente dei due movimenti, individuale e collettivo. In questa maniera, nel mentre la nostra attenzione si rivolge al nostro interno, è contemporaneamente diretta verso lo specchio di noi stessi, ossia il mondo e per fare questo occorre spostare in continuazione il centro di noi stessi verso gli altri, proprio come la Terra sposta il suo centro quando ruota attorno al Sole. Questo, dal mio punto di vista, significa anche qualcos’altro. Se il re e la regina esprimono questa rotazione dell’Anima e dello Spirito nel corpo dell’individuo per evolvere la singola coscienza individualizzata, la discendenza reale indica invece il far circolare la propria consapevolezza nel grande campo collettivo.

L’argomento ha anche un altro aspetto. Il re e la regina nel palazzo reale vivono felici ma senza la consapevolezza della limitazione della materia. Siamo al primo stadio di ogni processo evolutivo trifasico caratterizzato dall’unione senza la coscienza della separazione e della morte. Come in astrologia, il primo movimento, re e regina, è individuale, il secondo è collettivo, i tre figli maschi. Tre figli maschi, tre Spiriti le cui rispettive Anime sono state rubate, parassitate da un Nanni Orco che è la chiara rappresentazione dell’Uomo Primo secondo quanto emerso dalle ricerche del dott. Corrado Malanga.

Ecco perché credo che la fiaba, descrivendo la via dell’eroe, il sentiero alchemico del singolo individuo per il raggiungimento della piena Coscienza, approda in realtà a qualcosa di più vasto, ossia al trasferimento di quella consapevolezza acquisita in solitudine, al grande campo dove chiunque lo voglia potrà attingere per guarire se stesso. E, in ultimo, alla liberazione dell’umanità dagli dèi parassiti e al ritrovamento globale della Coscienza unitaria verso la creazione del Mondo Felice.

Estratto tratto dal libro “Le Fiabe dell’Eroe” di Tommaso Margari

 

 

Categorie: ANTROPOLOGIA

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